ARCHIVIO ARTICOLI-MICAELA DEGUIDI

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"Oggi parliamo di..."
 
Strumenti per migliorare le performance dei giovani atleti

 
                          
                             "L'Ambiente che Motiva all'Azione"
 
 

bimba-anelliMa cos’è che fa sì che un atleta pratichi uno sport? Anzi, che lo pratichi con costanza e determinazione, che venga in campo sotto la pioggia e il freddo, o sotto il sole che gli cuoce il cervello, anzi di più, che non riesca a stare lontano dal campo nemmeno infortunato, o arrabbiato, o deluso?

I fattori, chiaramente, possono essere diversi, ma il più significativo è forse quello psicologico, che si chiama motivazione. Ma cos’è la motivazione e come si può allenare? Ebbene sì, l’'ho proprio detto: la motivazione si può insegnare, sviluppare, allenare, proprio come si fa con le capacità tecniche e fisiche.....ma andiamo per ordine.
 

Le ricerche scientifiche ci insegnano che motivati si nasce. La motivazione è una spinta psicologica che orienta il comportamento di un soggetto dopo che ha avvertito un bisogno. Il soggetto sente il desiderio di soddisfarlo e parte la motivazione che lo spinge a trovare un modo per appagarlo. Lineare e semplice. Fin dalla nascita soddisfiamo bisogni  essenziali di sopravvivenza come mangiare, ma anche bisogni che soddisfano semplicemente il nostro benessere, come per esempio il “need for competence, l’'esigenza di qualsiasi soggetto di mettere alla prova le proprie competenze. Se non soddisfatto, questo bisogno può portare a conseguenze fisiche e psichiche anche molto spiacevoli, ed è per questo che proviamo e riproviamo, che cerchiamo e ci inventiamo, che agiamo per migliorarci.
 

L'’attività sportiva è sicuramente una bella palestra per affinare le capacità motivazionali: permette ai bambini di mettersi alla prova, di divertirsi, di migliorarsi, di sentirsi motivati ad apprendere e ad agire per fare sempre meglio (e divertirsi di più)... Eppure non tutti i bambini sembrano motivati in campo.… Ma com'’è possibile se è ìnsito in loro il desiderio di apprendere e fare bene?
 

Come tutte le cose, la motivazione ha il suo opposto, il suo lato oscuro, il rovescio della medaglia, che si chiama noia.… Se un bambino è motivato si attiva e si diverte, ma se è annoiato semplicemente si disattiva: perde la concentrazione, la capacità di perseguire l'obiettivo, il divertimento, il piacere...

Quindi il desiderio da solo non basta perché un bambino senta la spinta ad agire. Infatti, perché questa formidabile forza a migliorarsi prenda vita, è necessario che ciò che sta intorno all'atleta, cioè l'ambiente, faccia la sua parte e lo stimoli nel modo migliore per lui.

Se questo avviene, il bambino sarà felice di imparare cose nuove, mettersi alla prova e porre tutta la sua attenzione in quello che sta facendo. Non serviranno palloncini colorati e striscioni a festa, ma nemmeno "spingerlo" ad agire nel modo che a noi sembra il più giusto e ovvio. Basterà invece aver creato un ambiente che lo stimoli nel modo più semplice, coerente e chiaro possibile; che lui lo percepisca come un luogo stabile e sicuro, un posto che lo faccia sentire a suo agio, stimolato, positivo, curioso, eccitato ma anche mentalmente rilassato. Un ambiente sì stimolante ma non pressante, perchè lui possa concentrarsi e mettersi alla prova, visto che i bambini amano in modo naturale riuscire in ciò che fanno...per questo bambini anche molto piccoli sembrano così concentrati e assorti quando svolgono delle attività, e così felici quando riescono a raggiungere il loro obiettivo...images_(2)

 

Varrebbe quindi la pena, ogni tanto, osservare i giovani atleti in azione: sembrano divertirsi mentre imparano? Sembrano abbastanza sereni? Partecipano attivamente all’apprendimento? Ci mettono del loro?
 

sport-bambini-calcio-mamme-a-spilloSe sì, ottimo lavoro!! Ma se ci rimane qualche dubbio di poter fare ancora meglio per il loro livello di motivazione, chiediamoci cosa possiamo modificare o come possiamo svolgere l’allenamento per renderlo ai loro occhi (e al loro cuore) più motivante?  Bisognerà sperimentare un po', ma il rischio è solo quello di divertirci anche noi...

 

 

Micaela Deguidi

 




"Oggi parliamo di..."

Strategie per migliorare il benessere


"Ma lo stress è positivo o negativo?"

Quando espongo la lezione sullo stress a scuola, parto sempre facendo una domanda ai miei studenti: “Secondo voi, lo stress è una cosa negativa o positiva?” Quasi tutti mi rispondono che lo stress è una cosa negativa, e coloro che si fanno vedere dubbiosi temo lo facciano più perché pensano che la mia sia una domanda trabocchetto che per convinzione…
 
Nella nostra cultura ci trasmettiamo socialmente l’idea che lo stress sia una cosa brutta, cattiva, che ci fa star male, che viene dall’esterno e su cui abbiamo un relativo controllo: arriva l’evento stressante e pesante, e noi cerchiamo di resistere più che possiamo…
 
Lo stress invece è semplicemente uno stimolo che ci offre l’ambiente, e come tale non è né negativo né positivo. Di questi stimoli, come ho accennato parlando di motivazione (vedi il “need for competence”) ne abbiamo bisogno per sopravvivere. Sono le richieste dell’ambiente che ci mettono in moto quei meccanismi di risoluzione delle situazioni che ci fanno crescere e migliorare.
 
Senza stimoli, dicono alcune ricerche sociali, gli individui sono destinati a lasciarsi andare fino ad arrivare anche alla morte. Proprio così: abbiamo bisogno di attivarci completamente, mente e corpo, per sopravvivere. E l’ambiente, le sue richieste, le sue difficoltà da risolvere, gli eventi da gestire compiono proprio questa funzione. Ma allora cos’è che ci fa sentire in difficoltà, sotto pressione, per dirla in una parola socialmente condivisa, “stressati”?
 
Ecco come funziona il meccanismo: arriva uno stimolo (qualsiasi) dall’ambiente e il nostro compito è trovare una soluzione. Rispondiamo a quello stimolo secondo la nostra sensazione di essere in grado o meno di gestirlo: a volte ci sentiamo forti e capaci, a volte non molto capaci, a volte assolutamente incapaci. Ecco che ciò che ci mette in difficoltà non è lo stimolo in sé, la difficoltà più o meno grossa che ci offre l’ambiente, ma la nostra personale sensazione di poterci far fronte, la nostra personale risposta allo stress. Tutto dipende dalla nostra sensazione di avere le risorse per superare l’ostacolo, o comunque di poterlo gestire in qualche modo.
 
Se sono convinto di non riuscire a gestirlo, ecco che arriva la mia risposta negativa allo stimolo che darà luogo alla mia sensazione di ansia e tensione (Distress); se invece penso di riuscire a gestirlo con efficacia, ecco che arriva la mia risposta positiva allo stimolo che darà luogo alla mia sensazione di soddisfazione e orgoglio (Eustress).
 
Non è quindi lo stimolo il problema da gestire, ma la nostra personale risposta allo stimolo, la quale misura la nostra capacità di adattarci alle richieste dell’ambiente. Proviamo a fare un esempio pratico.
 
Se il gioco mi chiede di fare un passaggio che mi mette in difficoltà, o di tirare un rigore durante una partita importante, oppure di rimettermi in gioco dopo un brutto errore (stimoli proposti dall’ambiente) se sono fiducioso in me, se mi hanno insegnato ad auto-motivarmi e a reagire di fronte alle difficoltà, se ho imparato ad avere coraggio e a cercare di fare sempre il meglio che posso, la mia risposta allo stimolo sarà positiva (nonostante la difficoltà e indipendentemente dal risultato) e mi farà sentire forte, capace, soddisfatto e orgoglioso di me, regalandomi una bella sensazione di benessere (Eustress).
 
Ma se quella difficoltà mi farà andare nel panico, se non saprò che fare dalla paura di sbagliare, se la tensione e la bassa autostima prenderanno il sopravvento, la mia risposta sarà inadeguata, spesso al di sotto delle mie possibilità e mi farà sentire insoddisfatto, incapace, impotente, regalandomi una sensazione di ansia e tensione (Distress).
 
E’ cambiando la percezione di mè stesso e delle mie capacità che posso cambiare il corso degli eventi: l’ambiente mi mette alla prova è vero, ma se ho imparato ad avere fiducia in me offrirò una risposta di adattamento all’ambiente che mi regalerà quel benessere che mi farà sentire sempre meglio e più capace.
 
Ed ecco quindi la bella notizia: anche se lo stress, cioè lo stimolo offerto dall’ambiente, a volte mette i nostri piccoli atleti molto in difficoltà, lavorando sulla loro stima, motivazione e senso di auto-efficacia potranno sentirsi sempre più pronti nell’affrontare qualsiasi sfida con le loro migliori risorse…

 
Micaela Deguidi



 

"Oggi parliamo di..."
 
 
Strumenti per reagire al fallimento
 
 
 
"E' l'ottimismo che ti fa correre di più dopo una sconfitta"
 
Matt Biondi
Alle Olimpiadi di Seul nel lontano 1988, dopo le prime due gare di nuoto del promettente atleta americano Matt Biondi, nessuno avrebbe puntato su di lui per le successive cinque gare. L’atleta di talento era stato selezionato e preparato con cura per ripetere ed eguagliare le prestazioni eccezionali di Mark Spitz alle Olimpiadi del 1972: vincere sette medaglie d’oro olimpiche in una stessa edizione. Ma Biondi, vuoi per la tensione, vuoi per le aspettative elevate, vuoi per i riflettori troppo luminosi puntati su di lui, ottenne un deludente terzo posto nella prima gara e perse malamente l’oro nella seconda, rilassandosi troppo nella fase finale.
 
Nessuno si risparmiò nel manifestare la propria delusione per le prestazioni di questa stella promettente del nuoto: i giornalisti si accanirono, gli americani disapprovarono, gli allenatori nascosero la delusione dentro il silenzio. Ma c’era un uomo tranquillo seduto sulla sua poltrona di casa, rilassato e assolutamente sicuro che Matt ce l’avrebbe fatta: avrebbe reagito al fallimento tirando fuori i suoi migliori risultati e vincendo le successive cinque gare d’oro olimpico. 
 
Quest’uomo era il Dottor Martin Seligman, inventore della teoria dell’impotenza appresa, futuro creatore del movimento di quella psicologia positiva che avrebbe rivoluzionato il concetto di benessere, felicità e resilienza tanto cari ai giorni nostri. Il Dottor Seligman era più che certo che l’atleta da lì in poi avrebbe dato i suoi migliori risultati perché Matt era stato allenato per reagire alla sconfitta e aveva dimostrato di possedere questa grande capacità. Il modo ottimistico con cui si spiegava le avversità gli permetteva di migliorare le proprie prestazioni dopo un fallimento. E Matt Biondi vinse le successive gare conquistando cinque ori olimpici, nonostante le condizioni psicologiche avverse, e i pochi tifosi rimasti.
 
Questo fu, per il Dottor Seligman ed il suo team, uno dei primi esperimenti che essi applicarono nel mondo sportivo e relativo all’importanza delle spiegazioni ottimistiche agli eventi negativi. Fu in grado di dimostrare, con tecniche statistiche e metodologie scientifiche, che l’ottimismo influenza il nostro rendimento e che mente ed emozioni possono essere allenate per darci migliori risultati e più benessere. La squadra di Seligman dimostrò, già nel lontano 1988, che gli atleti ottimisti tendono a migliorare le proprie prestazioni in situazioni di forte tensione e questo perché, rispetto ai pessimisti, si impegnano maggiormente ed hanno la capacità di riprendersi velocemente dalle sconfitte. Ma che cos’è l’ottimismo? E cosa determina il fatto di essere persone ottimiste o pessimiste?

Micaela Deguidi




 
" Pessimisti o Ottimisti si nasce o si diventa?"

 
Nel 1975 Seligman scoprì, grazie ad alcuni esperimenti, che il modo in cui ci spieghiamo gli eventi che ci accadono può determinare il nostro livello di prestazioni e il nostro impegno nell’ottenerle. Scoprì anche che pensare di non avere un controllo sugli eventi può portare ad un senso di impotenza che non ci fa reagire neanche quando potremmo fare qualcosa per cambiare la situazione. La percezione del controllo personale rappresenta quindi una condizione essenziale per agire sulla realtà e cambiare le situazioni in meglio. 
 
Il Dottor Seligman sperimentò che, una volta appreso di non avere un controllo, una persona può darsi per vinta e non provare più a cambiare la situazione, dando così un nome a quell’atteggiamento di sconfitta che può portare, nella peggiore delle ipotesi, verso i sintomi depressivi: stile pessimistico di spiegazione degli eventi. Chi tende a spiegarsi gli eventi negativi in modo pessimista tenderà a lasciare la partita, a non trovare nuove modalità risolutive del problema, a darsi per vinto, a peggiorare le proprie prestazioni. Al contrario, chi tende a spiegarsi gli eventi con ottimismo, percepirà le situazioni difficili sempre sotto il suo controllo, dando vita a tentativi nuovi di problem solving che salveranno la sua autostima, il suo autocontrollo, la sua efficacia nel mondo.
 
Non solo, scoprì anche che lo stile in cui ci spieghiamo gli eventi negativi dipende quasi completamente dall’apprendimento: non nasciamo ottimisti o pessimisti, ma per la maggior parte impariamo dai nostri modelli di vita come comportarci con gli eventi che ci capitano. Da quegli studi, Martin Seligman capì che, come il pessimismo impotente può essere appreso, così l’ottimismo può essere insegnato e le persone possono avere più potere nello scegliere il proprio modo di pensare, dando una speranza di vita migliore e di soddisfazione personale anche ai pessimisti. 

Questo non vuol dire che il pessimismo sia dannoso, anzi: un livello lieve ed utilizzato con saggezza ha una sua utilità. Ma quando il pessimismo paralizza il cervello prima ancora dei muscoli, ha inizio il nostro triste percorso verso una parziale felicità ed un parziale utilizzo delle nostre migliori risorse. Mentre se desideriamo avere pieno successo nella vita, dobbiamo iniziare ad allenare la nostra mente ed i nostri pensieri, perché essi decidono la nostra direzione e la nostra azione
 
 
                                                 Micaela Deguidi
 



"Ricordando Alberto"

 
AlbertoCade oggi l'anniversario della morte di Alberto Castagnetti, credo il più longevo C.T. della storia del nuoto. Per me è stato un maestro, non so se consapevole, io di sicuro l'ho compreso bene solo dopo..

Adoravo il clima che si respirava in quel particolare centro federale, mi apriva la mente come pochi ambienti sono riusciti a fare nella mia vita professionale. Assorbivo come una spugna perchè l'ambiente era pieno di risorse di altissimo livello, e il clima semplice favoriva l'apprendimento.

Alberto poi mi ha fatto sentire subito a mio agio in quella sua casa che era la piscina, e non ha mai detto di no alle mie numerose idee ed esperimenti. Non conosco molti uomini di sport che avrebbero dimostrato la stessa fiducia ad una giovane psicologa nel mettere nelle sue mani i suoi atleti. Conservo questa dimostrazione di fiducia in un angolo ben protetto del mio cuore.

Ho imparato tanto in quegli anni di collaborazione, insegnato forse qualcosa, di sicuro mi sono divertita moltissimo, e ho lottato come una tigre nella convinzione delle mie passioni. Condividere il lavoro professionale con lui, il suo staff e i suoi atleti è stato per me fonte di grande crescita professionale e personale, una di quelle cose che ti porti appresso per sempre perchè rappresentano la base su cui poggia poi tutto il resto.

Ma tra una risata e un discorso diretto, Alberto mi ha anche insegnato e spronato a stare a galla, nonostante il mare intorno fosse pieno di strani e grossi pesci, come spesso accade nella vita, e di questo porterò sempre un dolce ricordo nel mio cuore. Grazie davvero.

Questa è una foto che ho scattato ad Alberto l'ultimo anno di collaborazione, in una giornata di luglio rovente come poche, qualche giorno prima che partisse per le Olimpiadi di Atene.
 
 
Micaela Deguidi, 12 ottobre 2017


 


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