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EUSTRESS
quando gestire con efficacia una difficoltà ci fa stare bene...



Smettiamo di spaventarci: lo stress non fa male, anzi.

Le ricerche sociali ci dicono che senza l’attivazione dovuta allo stress saremmo destinati a lasciarci andare passivamente. In realtà abbiamo bisogno di questi stimoli esterni che ci fornisce l’ambiente per attivarci, così da tirare fuori le nostre migliori risorse, trovare buone soluzioni e risolvere tensioni e problemi.
Allora come mai spesso ci sentiamo troppo sotto pressione, tesi, in allarme, insoddisfatti? Diamo la colpa al lavoro (troppo esigente), alla crisi (dilagante), ai figli (ingestibili), alle relazioni (insoddisfacenti)… La buona notizia è che non dipende dallo stress, che rappresenta semplicemente uno stimolo, una richiesta dell’ambiente in cui viviamo. Il motivo è invece da ricercare nella risposta che noi forniamo alla richiesta: ci stiamo adattando o no alle esigenze dell’ambiente?
Ecco come funziona il meccanismo: arriva uno stimolo (qualsiasi) dall’ambiente e il nostro compito è trovare una soluzione. Rispondiamo a quello stimolo secondo la nostra sensazione di essere capaci o meno di gestirlo. Ecco quindi che ciò che ci mette in difficoltà non è lo stimolo in sé, cioè il problema più o meno grosso che ci offre l’ambiente, ma la nostra personale sensazione di poterci far fronte. Tutto dipende dalla percezione di avere le risorse per superare o gestire l’ostacolo che l’ambiente ci fornisce.
Se siamo convinti di non riuscire a gestirlo, arriverà la nostra risposta negativa allo stimolo che darà luogo alla sensazione di ansia e tensione (Distress); se invece pensiamo di riuscire a gestirlo, arriverà la nostra risposta positiva allo stimolo che darà luogo alla sensazione di soddisfazione e orgoglio (Eustress).

Ecco quindi 4 COSE IMPORTANTI DA RICORDARE:

1) Non è lo stimolo il problema da gestire, ma la nostra risposta allo stimolo stesso, la quale misura la capacità di adattarci alle richieste dell’ambiente.

2) E’ cambiando la percezione di sè e delle proprie capacità che possiamo cambiare il corso degli eventi: l’ambiente ci mette alla prova è vero, ma se abbiamo imparato ad avere fiducia in noi, offriremo una risposta di adattamento all’ambiente che ci regalerà quel benessere che ci farà sentire sempre meglio e più capaci.

3) Le ricerche scientifiche ci ricordano che le nostre risorse mentali da cui dipendono queste risposte possono essere modificate e allenate con efficacia.

4) Lo stimolo stressante, se ben gestito (risposta positiva, ovvero Eustress), può addirittura farci stare meglio, fisicamente e mentalmente: alza il livello di autostima e di autoefficacia, stimola gli ormoni del piacere e ci distribuisce per tutto il corpo questa bella sensazione di benessere, nonostante le difficoltà e indipendentemente dal risultato.

Non spaventiamoci quindi per le richieste che ci offre l’ambiente, perché possono addirittura farci stare meglio…Il segreto è allenarci a dare le risposte giuste…             Micaela Deguidi

 
 
 
Matt Biondi
 
Ottimismo:
è lui che ti fa correre di più dopo una sconfitta

 
Alle Olimpiadi di Seul nel lontano 1988, dopo le prime due gare di nuoto del promettente atleta americano Matt Biondi, nessuno avrebbe puntato su di lui per le successive cinque gare. L’atleta di talento era stato selezionato e preparato con cura per ripetere ed eguagliare le prestazioni eccezionali di Mark Spitz alle Olimpiadi del 1972: vincere sette medaglie d’oro olimpiche in una stessa edizione. Ma Biondi, vuoi per la tensione, vuoi per le aspettative elevate, vuoi per i riflettori troppo luminosi puntati su di lui, ottenne un deludente terzo posto nella prima gara e perse malamente l’oro nella seconda, rilassandosi troppo nella fase finale.
Nessuno si risparmiò nel manifestare la propria delusione per le prestazioni di questa stella promettente del nuoto: i giornalisti si accanirono, gli americani disapprovarono, gli allenatori nascosero la delusione dentro il silenzio. Ma c’era un uomo tranquillo seduto sulla sua poltrona di casa, rilassato e assolutamente sicuro che Matt ce l’avrebbe fatta: avrebbe reagito al fallimento tirando fuori i suoi migliori risultati e vincendo le successive cinque gare d’oro olimpico. 
Quest’uomo era il Dottor Martin Seligman, inventore della teoria dell’impotenza appresa, futuro creatore del movimento di quella psicologia positiva che avrebbe rivoluzionato il concetto di benessere, felicità e resilienza tanto cari ai giorni nostri. Il Dottor Seligman era più che certo che l’atleta da lì in poi avrebbe dato i suoi migliori risultati perché Matt era stato allenato per reagire alla sconfitta e aveva dimostrato di possedere questa grande capacità. Il modo ottimistico con cui si spiegava le avversità gli permetteva di migliorare le proprie prestazioni dopo un fallimento. E Matt Biondi vinse le successive gare conquistando cinque ori olimpici, nonostante le condizioni psicologiche avverse, e i pochi tifosi rimasti.
Questo fu, per il Dottor Seligman ed il suo team, uno dei primi esperimenti che essi applicarono nel mondo sportivo e relativo all’importanza delle spiegazioni ottimistiche agli eventi negativi. Fu in grado di dimostrare, con tecniche statistiche e metodologie scientifiche, che l’ottimismo influenza il nostro rendimento e che mente ed emozioni possono essere allenate per darci migliori risultati e più benessere. La squadra di Seligman dimostrò, già nel lontano 1988, che gli atleti ottimisti tendono a migliorare le proprie prestazioni in situazioni di forte tensione e questo perché, rispetto ai pessimisti, si impegnano maggiormente ed hanno la capacità di riprendersi velocemente dalle sconfitte. Ma che cos’è l’ottimismo? E cosa determina il fatto di essere persone ottimiste o pessimiste?
Micaela Deguidi




 
downloadPessimisti o Ottimisti
si nasce o si dive nta?


Nel 1975 Seligman scoprì, grazie ad alcuni esperimenti, che il modo in cui ci spieghiamo gli eventi che ci accadono può determinare il nostro livello di prestazioni e il nostro impegno nell’ottenerle. Scoprì anche che pensare di non avere un controllo sugli eventi può portare ad un senso di impotenza che non ci fa reagire neanche quando potremmo fare qualcosa per cambiare la situazione. La percezione del controllo personale rappresenta quindi una condizione essenziale per agire sulla realtà e cambiare le situazioni in meglio. 
Il Dottor Seligman sperimentò che, una volta appreso di non avere un controllo, una persona può darsi per vinta e non provare più a cambiare la situazione, dando così un nome a quell’atteggiamento di sconfitta che può portare, nella peggiore delle ipotesi, verso i sintomi depressivi: stile pessimistico di spiegazione degli eventi. Chi tende a spiegarsi gli eventi negativi in modo pessimista tenderà a lasciare la partita, a non trovare nuove modalità risolutive del problema, a darsi per vinto, a peggiorare le proprie prestazioni. Al contrario, chi tende a spiegarsi gli eventi con ottimismo, percepirà le situazioni difficili sempre sotto il suo controllo, dando vita a tentativi nuovi di problem solving che salveranno la sua autostima, il suo autocontrollo, la sua efficacia nel mondo.
Non solo, scoprì anche che lo stile in cui ci spieghiamo gli eventi negativi dipende quasi completamente dall’apprendimento: non nasciamo ottimisti o pessimisti, ma per la maggior parte impariamo dai nostri modelli di vita come comportarci con gli eventi che ci capitano. Da quegli studi, Martin Seligman capì che, come il pessimismo impotente può essere appreso, così l’ottimismo può essere insegnato e le persone possono avere più potere nello scegliere il proprio modo di pensare, dando una speranza di vita migliore e di soddisfazione personale anche ai pessimisti. 
Questo non vuol dire che il pessimismo sia dannoso, anzi: un livello lieve ed utilizzato con saggezza ha una sua utilità. Ma quando il pessimismo paralizza il cervello prima ancora dei muscoli, ha inizio il nostro triste percorso verso una parziale felicità ed un parziale utilizzo delle nostre migliori risorse. Mentre se desideriamo avere pieno successo nella vita, dobbiamo iniziare ad allenare la nostra mente ed i nostri pensieri, perché essi decidono la nostra direzione e la nostra azione
 
 
                                                 Micaela Deguidi
 
 
 
Alberto
 
Ricordando
Alberto...



Cade oggi l'anniversario della morte di Alberto Castagnetti, credo il più longevo C.T. della storia del nuoto. Per me è stato un maestro, non so se consapevole, io di sicuro l'ho compreso bene solo dopo..
Adoravo il clima che si respirava in quel particolare centro federale, mi apriva la mente come pochi ambienti sono riusciti a fare nella mia vita professionale. Assorbivo come una spugna perchè l'ambiente era pieno di risorse di altissimo livello, e il clima semplice favoriva l'apprendimento.
Alberto poi mi ha fatto sentire subito a mio agio in quella sua casa che era la piscina, e non ha mai detto di no alle mie numerose idee ed esperimenti. Non conosco molti uomini di sport che avrebbero dimostrato la stessa fiducia ad una giovane psicologa nel mettere nelle sue mani i suoi atleti. Conservo questa dimostrazione di fiducia in un angolo ben protetto del mio cuore.
Ho imparato tanto in quegli anni di collaborazione, insegnato forse qualcosa, di sicuro mi sono divertita moltissimo, e ho lottato come una tigre nella convinzione delle mie passioni. Condividere il lavoro professionale con lui, il suo staff e i suoi atleti è stato per me fonte di grande crescita professionale e personale, una di quelle cose che ti porti appresso per sempre perchè rappresentano la base su cui poggia poi tutto il resto.
Ma tra una risata e un discorso diretto, Alberto mi ha anche insegnato e spronato a stare a galla, nonostante il mare intorno fosse pieno di strani e grossi pesci, come spesso accade nella vita, e di questo porterò sempre un dolce ricordo nel mio cuore.
Grazie davvero.
Questa è una foto che ho scattato ad Alberto l'ultimo anno di collaborazione, in una giornata di luglio rovente come poche, qualche giorno prima che partisse per le Olimpiadi di Atene.
Micaela Deguidi, 12 ottobre 2017



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